Vita Annigoni

La creatura verdastra, aggressiva e bestiale, colta nel gesto di squarciare con i denti la maschera dell’ambiguità, forse rappresenta la scena che più di altre entra in collisione emotiva con chi osserva il dipinto “Vita” di Pietro Annigoni. Un’opera di enormi dimensioni, restituita ad una rilettura internazionale proprio in questi ultimi mesi, collocata scenograficamente all’ingresso del Moca, la galleria allestita nel Municipio della città di Montecatini Terme. La drammaticità dell’azione della bestia è accentuata dalle grida delle donne che la circondano, dal sangue che fuoriesce dalla gola della prostituta strangolata. È uno scenario apocalittico quello rappresentato da Annigoni: le figure presenti sulla parte sinistra del dipinto sono schiacciate fra la scure della morte e un cielo nero. Sono i dannati della società, gli emarginati, rappresentati nella periferia urbana del mondo occidentale. Un omicidio che non sembra interessare agli uomini attorno al mostro, stretti nel loro egoismo, estraniati dalla realtà a causa della tossicodipendenza. Un elemento che fa correre il pensiero verso un passaggio cruento del filmTrainspotting (1996), diretto da Danny Boyle, nel momento in cui Allison comprende che la sua piccola bambina è morta nella culla, abbandonata, vittima delle disattenzioni di una madre completamente ottenebrata dalla droga. La profondità psicologica dei personaggi rappresentati da Annigoni è raccontata dallo stesso Boyle con un linguaggio differente, straordinariamente efficace, nella scena iniziale del film:

 

“Scegliete la vita”: con queste parole Renton (Ewan McGregor) apre e chiude la prima parte del suo monologo. Un personaggio che rappresenta le contraddizioni di una società basata su un modello culturale incapace di arginare le disuguaglianze sociali. Boyle registra la degenerazione dei rapporti fra gli individui, la fragilità dell’ambiente scolastico e familiare, il frullatore mediatico capace di condizionare la quotidianità delle persone vissute alla fine del ventesimo secolo. Una sorta di epilogo di ciò che aveva immaginato Stanley Kubrick nel capolavoro Arancia Meccanica (1971), film nel quale il regista americano prefigurava la decadenza delle nuove generazioni, della società di domani, della politica del futuro. Una storia già raccontata da Annigoni nella sua “Vita”: puntuale fotografia dell’incompatibilità fra i diversi gruppi sociali e della bestiale/reale degenerazione umana.

L’artista terminò la tela nel 1960: un’opera d’arte che senza dubbio si contraddistingue per aver svelato la matrice scadente del materialismo. Una tensione che qualche anno dopo caratterizzerà, ad esempio, il realismo rock dei Velvet Underground di Andy Wharol, con canzoni come Heroin (scritta da Lou Reed nel 1964), scioccante testimonianza del rapporto fra uomo e droga. Sulla parte destra del dipinto Annigoni si autorappresenta con una veste rossa, bloccato da un religioso intento a leggere le sacre scritture. L’artista si dirige verso il momento della sua crocifissione: volta le spalle ai conformisti in cammino, anonimi e chinati su se stessi, guidati dagli egoismi del potere indicati attraverso la mitria e il cilindro, simboli della Chiesa cattolica e della nobiltà. La narrazione visiva continua al centro dell’opera: un bambino dal volto cereo osserva il ‘nostro’ presente con animo preoccupato. Dietro di lui, appeso a dei tronchi di legno tramite alcune corde, campeggia il corpo di un uomo in bluejeans: è il ritratto dell’anticonformista già condannato alla crocifissione. Al posto del titulus crucis I.N.R.I., Annigoni conficca un cartello della Coca Cola…capovolto! Un monito per chi osserva il martire di quella realtà. Una scelta che forse anticipa i temi della Pop Art, ma che certamente rappresenta una critica precisa verso il consumismo e il materialismo. Il dipinto, ancora oggi, riproduce il presente che ha caratterizzato la convivenza sociale del secondo Novecento. Una lezione attualissima, ancora valida per leggere la nostra contemporaneità. Nella pellicola Dark Shadows (2012), anche il regista Tim Burton si accosterà alla visione di Annigoni. Una notte del 1972, dopo quasi duecento anni di letargo, il vampiro Barnabas Collins (Jonny Deep) è casualmente liberato dalla sua bara-prigione. Attacca i poveri sventurati che si trovano davanti a lui. La sua attenzione, subito dopo, si rivolge verso una luce che arriva dal cielo, emanata da un’insegna di un noto fast food (McDonald’s). Pronuncia la parola “Mephistopheles”: con stupore il vampiro riconosce la lettera iniziale della catena di ristoranti, scambiandola con quella del nome del diavolo. Burton, con la solita efficacia, fa recapitare lo stesso messaggio scelto da Pietro Annigoni molti anni prima…

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